Responsabilità penali ed effettività dei poteri alla luce di una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione – Parte I

Da 4 dicembre 2010Salute & Sicurezza
corte di cassazione

Quest’oggi sul blog Uninform – ANGQ dedicato alla Qualità, all’Ambiente ed alla Sicurezza, torniamo a parlare proprio di Sicurezza e lo facciamo pubblicando un interessantissimo articolo che, per ragioni di spazio, divideremo in due parti.

L’ordinamento normativo italiano prevede che, ai fini della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, la più alta posizione di garanzia sia esercitata dal datore di lavoro, identificato come il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore ovvero che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.

Questa posizione di garanzia deve essere individuata in funzione della struttura societaria. Laddove, ad esempio, la forma di ordinamento preveda la presenza di un consiglio di amministrazione, la figura del datore di lavoro deve essere individuata mediante un atto del consiglio, che si traduce o nel conferimento ad un consigliere delle deleghe in materia di personale (e quindi implicitamente la funzione di datore di lavoro) ovvero nell’assegnazione di questa posizione ad un soggetto esterno al consiglio (ad esempio un direttore di stabilimento od un direttore di cantiere) per tramite di una procura istitoria, firmata innanzi ad un notaio, avente carattere pubblico, con la quale si conferiscono al soggetto che la riceve tutti i poteri previsti dalla natura della funzione conferita.

 E’ opinione comune, quindi, che con la individuazione del soggetto che esercita la posizione di garanzia propria del datore di lavoro, il consiglio di amministrazione non potesse essere chiamato a rispondere per vicende diomicidio colposo o di lesioni gravi o gravissime per omissioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Sennonché non è sufficiente che tale posizione sia stata individuata, ma è anche necessario che essa sia effettiva. Il Decreto Legislativo 81/2008, infatti, all’articolo 299 (Esercizio di fatto di poteri direttivi) specifica che le posizioni di garanzia relative al datore di lavoro (ma anche ai dirigenti ed ai preposti) gravano su colui il quale, pur sprovvisto di regolare investitura, eserciti in concreto i poteri giuridici riferiti a ciascuno di questi soggetti.

Una sentenza della Corte di Cassazione recentemente pubblicata rafforza in modo significativo il principio dell’effettività dei poteri direttivi.

La vicenda all’esame della corte riguarda la morte di alcuni dipendenti di una grande azienda italiana che, nello stabilimento di Verbania, produceva fibre di nylon. Per la produzione di tale materiale erano necessarie alte temperature, pertanto, tutti gli impianti necessitavano di una adeguata coibentazione. Fino agli anni 80 l’isolamento termico veniva garantito mediante applicazione di amianto che, prelevato in polvere da sacchi, veniva miscelato con leganti ed applicato nelle zone da coibentare, previa eliminazione della superficie isolante precedentemente realizzata (sempre in amianto) e che risultava danneggiata.

Le indagini avevano accertato che l’uso di questo pericolosissimo agente cancerogeno era consentito senza alcuna misura di prevenzione e protezione per i lavoratori che lo maneggiavano ma neanche per tutti gli altri che operavano nel medesimo ambiente di lavoro; non venivano usate maschere di protezione, nessuna informazione sui rischi era stata garantita e non si adoperavano neanche le minime misure di cautela per prevenire la diffusione di polveri: manipolazione in ambienti separati, bagnatura delle polveri, sistema di aspirazione, sebbene le norme vigenti lo prevedessero (DPR 303\1956art. 21, che impone al datore di lavoro di impedire lo sviluppo e la diffusione delle polveri nei luoghi di lavoro).

Tutto ciò avveniva in un periodo nel quale, pur non essendo espressamente vietato l’uso dell’amianto cominciavano ad esserne note le devastanti conseguenze per la salute dei lavoratori derivanti dal suo utilizzo; infatti presso altri stabilimenti della stessa azienda venivano adoperati sistemi di coibentazione diversi, proprio in virtù della ormai conclamata pericolosità dell’amianto.

In conseguenza dell’esposizione alle fibre d’asbesto 3 lavoratori decedevano per asbestosi ed 8 per mesotelioma pleurico, malattie “firmate” dall’uso dell’amianto. L’asbestosi è una malattia respiratoria cronica legata alle proprietà delle fibre di amianto di provocare una cicatrizzazione (fibrosi) del tessuto polmonare con conseguente irrigidimento e perdita della capacità funzionale; le fibre penetrano con l’aria attraverso la bocca ed il naso, procedendo poi lungo la faringe, la trachea e i bronchi fino ad arrivare agli alveoli polmonari, dove provocano l’instaurarsi di lesioni cicatriziali e quindi della asbestosi, in quanto una parte dell’amianto che viene respirato non riesce ad essere espulsa e resta negli alveoli. Il mesotelioma pleurico è una neoplasia che insorge a carico della pleura, una membrana sierosa che riveste il polmone e la superficie interna della parete toracica, facilitandone il reciproco scorrimento; questa patologia è strettamente correlata all’esposizione ad asbesto.

La vicenda processuale ha visto coinvolti 14 imputati, fra i quali i direttori di stabilimento che nel tempo si erano succeduti alla guida delle attività produttive, ma soprattutto coloro che, nell’arco temporale oggetto dell’indagine, avevano ricoperto il ruolo di consigliere di amministrazione, indipendentemente dall’aver ricevuto o meno deleghe in materia di salute e sicurezza dei lavoratori.

In primo grado il giudice monocratico di Verbania condannava solo 2 dei 14 imputati, limitatamente alla morte di 2 lavoratori deceduti per asbestosi. In buona sostanza venivano condannati solo coloro che erano stati individuati quali datori di lavoro nel periodo in cui i due lavoratori erano stati esposti all’amianto.

La Corte di Appello di Torino, riformando la sentenza di primo grado, pronunciava invece la condanna di tutti gli imputati assolti in primo grado, ritenendoli colpevoli del decesso tanto dei 3 lavoratori morti per asbestosi, che degli altri 8 deceduti per mesotelioma pleurico.

I 14 imputati condannati in secondo grado ricorrono quindi in Cassazione.

Nella seconda parte dell’articolo saranno commentate e sintetizzate le motivazioni addotte dall’Alta Corte di Cassazione.

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